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Il sacrificio come testimonianza culturale PDF Stampa E-mail

Il sacrificio come testimonianza culturale

 

07_1985_01


Forse tutti i mali sociali, pubblici e privati, della modernità dipendono dalle implicazioni e dalle conseguenze di un unico discorso corrosivo cui hanno contribuito da due secoli filosofi, scrittori, storici, ideologi, psicologi, antropologi, e che può essere così sintetizzato: i valori non sono permanenti, mutano secondo i gradi dell'evoluzione umana, secondo le culture, le condizioni storico-sociali. Ciò equivale a dire che i valori, tutti i valori, sono fragili convenzioni destinate a mutare, a scomparire; e dunque, se io sono abbastanza intelligente, libero, autonomo, posso anche farne a meno, posso considerarli inesistenti o strumentali, prima che altri ne decretino la nullità per me o li usino contro di me. Il veleno che si insinua nelle coscienze, e imprime nella nostra società i caratteri diffusi del cinismo.

 
D'altronde è vano opporre al relativismo etico il discorso retorico e generico sulla necessità di recuperare i valori. Questa necessità non sarà sentita, non sarà riconosciuta se anzitutto non si mostra che i valori sono vivi, operanti, davvero permanenti, indispensabili per la convivenza, sempre.

 
Vorrei indicare uno di questi valori, forse il principale nell'ambito civile:nessuna società è mai esistita, esiste, potrà esistere, se qualcuno di noi non è disposto a versare il suo sangue per essa. Basta meditare qualche momento su questa asserzione per persuadersi che è giusta, a meno di credere ancora utopisticamente che tutti gli uomini sono naturalmente buoni; qualche filosofo ci ha creduto, e si è visto come è stato costantemente smentito dalla storia.


Dunque il valore del sacrificio del sangue per gli altri è permanente, vivente, anche se molti lo dimenticano, pur traendone vantaggi che essi danno per scontati. E questo valore non è astratto, ha per noi italiani un'incarnazione ben visibile, la più alta e completa, nella persona del carabiniere, uno di noi che sia in guerra (non è soltanto tutore dell'ordine interno) sia in questa lunga pace (non è soltanto soldato) ha sullo sfondo del suo servizio l'ipotesi apertamente e virilmente accettata del sacrificio del sangue, del sacrificio della vita. E' ciò che lo distingue, è ciò che fa, di uno come noi, uno diverso da noi, migliore, destinato a dare se stesso per noi, perché l'ipotesi non rimane sempre tale, spesso la promessa è chiamata ad adempiersi.

 
Ma, nella prospettiva che ho accennato all'inizio, il carabiniere non è soltanto colui che si dispone a versare il sangue per gli altri: con la sua presenza, è anche una testimonianza etico-culturale, una smentita vivente ? migliore di qualsiasi discorso teoretico ? per i filosofi dei relativismo morale e per le menzogne che essi diffondono.

FAUSTO GIANFRANCESCHI

 


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