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NON E’ COMPITO MIO
In un momento di minore serenità di spirito, penso a certe situazioni di cattivo funzionamento di alcuni meccanismi della società di oggi e mi vengono in mente i cosiddetti «mansionari», quegli elenchi cioè di mansioni cui alcune categorie di lavoratori sono vincolate, con esclusione dei compiti non elencati. Il che non è sempre negativo, anche se presenta molti inconvenienti che non precisiamo per brevità e per evitare inutili divagazioni.
Ma m’è venuta la voglia di scomodare il noto Apologo di Menenio Agrippa, il quale - quasi 500 anni prima di Cristo - per sedare la rivolta della plebe contro i soprusi dei patrizi, raccontò che «un giorno le membra si sollevarono contro lo stomaco accusandolo di stare in ozio e di ricevere il cibo che esse gli procacciavano. Lo stomaco rise della loro semplicità e disse che era vero che riceveva per primo dentro di sé tutto il cibo, ma che lo dispensava e lo distribuiva poi a tutto il corpo. Così, o cittadini, è la ragione di essere del Senato che riunisce in sé tutti gli affari e i consigli e a voi distribuisce tutto l’utile e il profitto».
Ora tutte le comunità di qualsiasi livello e di qualunque tipo - comprese quelle ad ordinamento gerarchico - hanno la necessità della collaborazione di tutti gli appartenenti, i quali sono in certo senso obbligati a darsi delle regole di comportamento che poi vanno rispettate. I guai cominciano quando in certe organizzazioni non si provvede alla ripartizione dei compiti tra i singoli membri ed alla destinazione di organi specifici alla triplice funzione (la legge delle tre C) del Concorso, Coordinamento e Controllo.
Ed allora, per rimediare ad una disfunzione del sistema o di fronte ad un generico problema, l’organizzazione precipita nell’impossibilità di eliminare l’inconveniente e/o di trovare un’adeguata soluzione del problema. Nell’anticamera del caos che ne deriva, c’è sempre qualcuno cui viene addebitata la disfunzione e che nel contempo rifiuta ogni responsabilità dell’«inghippo» con la fatidica frase: «Non è compito mio».
Se vogliamo rendere più leggiadre queste tetre considerazioni filosofeggianti in materia di scienza dell’organizzazione, traduco gli stessi concetti in un linguaggio più ameno, raccontando una favola per adulti:
QUESTA È LA STORIA DI QUATTRO PERSONE CHIAMATE OGNUNO QUALCUNO CIASCUNO E NESSUNO. C’era un lavoro importante da fare: OGNUNO ERA SICURO CHE QUALCUNO L’AVREBBE FATTO CIASCUNO AVREBBE POTUTO FARLO MA NESSUNO LO FECE. QUALCUNO SI ARRABBIÒ PERCHÉ ERA UN LAVORO DI OGNUNO OGNUNO PENSÒ CHE CIASCUNO POTEVA FARLO MA NESSUNO CAPÌ CHE OGNUNO NON L’AVREBBE FATTO Finì che OGNUNO INCOLPÒ QUALCUNO PERCHÉ NESSUNO FECE CIÒ CHE CIASCUNO AVREBBE POTUTO FARE
Chi ha da intendere intenda.
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