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Oggi: Mag 20, 2012
| Un asso con gli alamari |
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Un "Asso" con gli AlamariAlla fine della guerra il comando superiore d'Aeronautica, posto direttamente sotto il comando supremo e guidato dal generale Bongiovanni, adottò criteri estremamente rigorosi per stilare l'elenco dei piloti che avevano diritto a fregiarsi del titolo di assi. Venivano presi in considerazione soltanto gli abbattimenti accertati di aerei nemici. In testa a questa classifica di eroi figurava, con 34 abbattimenti, Francesco Baracca. In nona posizione, con 8 vittorie, figurava il tenente Ernesto Cabruna.
Quando scoppiò la Grande Guerra prestava servizio in una sperduta guarnigione al confine con la Francia. «E' la guerra che ora ruba tutto il mio ardore, tutte le mie affettuosità, tutto quello di caro e di buono può avere la mia anima ed il mio cuore. Confinato in questo paese senza anche una lontana speranza di poter pur io trovarmi fra i tanti che già combattono, fremo dal desiderio e dallo sconforto, vivendo malinconico e triste e nulla mi dà più pensiero di questa contrarietà che vorrei sorpassare e vincere. La sola preoccupazione di dover vivere quassù senza pericoli, senza ansie, senza soddisfazioni e senza poter dar sfogo agli impulsi azzardati del mio cuore, mi avvilisce ed annienta ogni mio sentimento, anche ogni mio dovere». Così scrisse alla sua amata sorella Fillide.
Dal novembre all'aprile dell'anno successivo fu impegnato in missioni di ricognizione e nel lancio di manifestini: la guerra psicologica si avvalse in larga misura del mezzo aereo, soprattutto dopo la spericolata incursione di D'Annunzio su Vienna. Nel giugno del 1916, il maresciallo Cabruna ottenne il brevetto per pilotare il biplano da caccia Nieurport e nell'80ª squadriglia da caccia mostrò tutta la sua valentia. Il suo aereo aveva sulla carlinga un grande asso di cuori: metafora del suo animo appassionato ed amante dell'azzardo. Si impegnò in una serie di brillanti missioni di scorta a nostri ricognitori coronata il 28 ottobre 1917 all'abbattimento di un aereo austriaco in un duello. Il 14 novembre, mentre scortava sulla rotta di ritorno un bombardiere, venne intercettato da cinque caccia nemici. Non si preoccupò di contare nemici, impegnato a difendere il bombardiere, che planò rapidamente verso le linee amiche. I nemici riuscirono a sforacchiare il suo aereo, ma Cabruna se la cavò ugualmente sganciandosi con una manovra radente sulle linee austriache. Un mese dopo abbatté il suo secondo nemico ottenendo, anche per altri atti di valore, la sua prima medaglia d'argento.
Neanche tre mesi dopo, il 15 giugno, il sottotenente Cabruna piombò su uno stormo di 30 apparecchi in missione di bombardamento: un caccia precipitò dopo uno scontro di appena 100 colpi. Altri 150 gli bastarono cinque giorni dopo per assestare una stoccata mortale ad un altro caccia. Ventiquattr'ore dopo lo sventurato osservatore di un pallone frenato Drachen, morì folgorato dalle scariche del tenentino. La sua attività incontenibile gli valse una seconda medaglia d'argento; nemmeno una ferita a un braccio provocata da un guasto dell'aereo riuscì a fermarlo: rifiutò il ricovero in ospedale e pochi giorni più tardi (il 2 novembre) piombò sul campo di aviazione austriaco di Aiello, schiantando in fase di decollo due dei sei componenti di una squadriglia nemica. Lo fermò soltanto la fine della guerra: il suo valore fu riconosciuto con una medaglia d'oro, commutata con la sua seconda d'argento ed una terza in predicato. ALTRI VALOROSI. Cabruna non fu il solo a coprirsi di gloria nei cieli del NordEst: altri suoi colleghi, si resero protagonisti di gesta ugualmente epiche pilotando ricognitori o bombardieri. Un caso abbastanza singolare fu quello del corazziere Italo Luigi Urbinati. Nato nel 1891, entrò volontario nell'esercito come già avevano fatto i suoi fratelli. Mosse i primi passi della carriera militare nel nuovo corpo degli autieri, dove incontrò il barone Cillario, un alto ufficiale dei carabinieri che, notando la sua imponente statura di oltre due metri, lo fece entrare nel corpo dei Corazzieri. Allo scoppio della guerra Urbinati non nascose la propria irrequietezza. Orgoglioso di far parte di un corpo di élite, era deluso dalla circostanza di trovarsi lontano dal fronte. Ottenne il trasferimento nell'aviazione. E poco tempo più tardi divenne un ricognitore marittimo. Come abbiamo visto gli albori dell'Aeronautica militare consentivano questi affascinanti ibridi tra il cavaliere e l'aviatore di marina, così lontani dall'attuale separazione e specializzazione tra armi e forze armate. Dal campo di aviazione di Marcon, Urbinati si levò più volte in volo di ricognizione dall'alba al tramonto con una squadriglia di Caproni per individuare lungo la costa istriana i movimenti della flotta austriaca, che aveva le sue potenti basi a Pola ed a Cattaro. La flotta imperiale era un fattore strategico trascurabile nel conflitto anche perché la flotta italiana aveva saggiamente evitato un rischioso confronto in mare aperto. Nel 1917 alla squadriglia vennero affidati compiti di bombardamento tra cui l'attacco diurno a due corazzate al largo di Pola. L'abilità di Urbinati era conosciuta a tal punto da affidargli il compito di istruttore di bombardieri trimotori al combattimento notturno. Dopo Caporetto il comandante dell'aviazione, generale Bongiovanni, chiese il massimo sforzo per coprire la ritirata italiana. Uno sforzo impari, come dimostrò poi tutta la successiva storia dell'Aeronautica militare, specialmente considerando le limitate capacità belliche degli aerei d'allora. Il 2 novembre 1917 la squadriglia ricevette l'ordine di bombardare un accampamento austriaco a Motta di Livenza. Per colpire e mitragliare con efficacia era indispensabile scendere a bassa quota: Urbinati fu colpito alla testa. Ebbe una medaglia d'argento alla memoria. Altri eroi subirono la stessa sorte, cadendo in un volo senza ritorno: carabiniere Alpi (bronzo); carabiniere Appinato (bronzo); sottotenente Artuso (un bronzo e un argento, una croce di guerra nel 1920); brigadiere Balandi (bronzo); vicebrigadiere Baldazzi (argento); vicebrigadiere Borrello (due argenti alla memoria); carabiniere Botteghi (argento); carabiniere Cantù (bronzo); brigadiere Comazzi (due argenti); brigadiere Malfranesi (bronzo); brigadiere Mocellin (argento alla memoria); maresciallo Pancani (tre bronzi); capitano Sequi (argento); brigadiere Vulcano (argento). |










Nato a Tortona il 2 giugno 1889, Cabruna aveva nel sangue lo spirito d'avventura e l'amore per l'aviazione. A sedici anni si era costruito un aliante, assemblato utilizzando perfino le lenzuola di casa. Entrato nei Carabinieri, si era distinto nelle operazioni di soccorso a Messina, in occasione del terremoto del 1908. Nell'ottobre del 1910 presentò due domande di brevetto per un aeroplano con una superficie alare di maggior portanza e per un nuovo disegno di elica, partecipando ormai in pieno alla febbre dell'aviazione. Purtroppo il ministero della Guerra non accolse la sua domanda per il battaglione specialisti del Genio a Torino per approfondire gli studi aeronautici. Si consolò partecipando volontario alla campagna di Libia nel 1911.
Ormai niente lo poteva più fermare. Ad Asiago (15 maggio 1916) si guadagnò la prima medaglia di bronzo per l'eroica opera di soccorso ai feriti. Il 12 luglio fu accolta la sua domanda di trasferimento ed entrò nel deposito aviatori di Torino: dopo tre mesi si qualificò per il pilotaggio di un Farman 14.
Passato alla 77ª squadriglia, abbatté un terzo aereo. Il 29 marzo avvistò un grosso bombardier